"Ogni cosa era piu' sua che di ogni altro perchè la terra, l'aria, l'acqua non hanno padroni ma sono di tutti gli uomini, o meglio di chi sa farsi terra, aria, acqua e sentirsi parte di tutto il creato." (Mario Rigoni Stern)

venerdì 31 luglio 2015

IL FOSSO E IL LEONE


Potrebbe sembrare il titolo di un film; di quale genere non saprei, ma l’accostamento sarebbe comunque singolare al punto giusto. Invece non c’entra nulla, nel senso che non è ficscion (scrivo questi termini come si leggono), ma è realtà: dura e sconfortante realtà.
Ma andiamo con ordine e in ordine inverso. Prima il leone.

Tutti sapete di cosa sto per parlare: non fosse altro perché gli organi d’informazione hanno dato gran risalto al fatto. Un fatto grottesco, nel suo genere e in certa misura emblematico, ma in generale poco significativo. Poco importante, insomma, se considerato nell’economia del rapporto uomo-ambiente e dei suoi drammatici risvolti.

Del resto è dimostrato che la stampa e la TV raramente si occupano di cose veramente importanti e se la TV lo fa, le posteggia nel filone “documentari delle ore mezzanotte-quattro del mattino”.
In questo caso se ne sono occupati perché il fatto presenta risvolti tali da assumere un rilievo emozionale di prima grandezza, con l’uomo assassino che uccide un povero leone e che lo fa così, per giocare e per compiacersi e, ovviamente, pagando.

Si uccidono così anche gli Indios dell’Amazzonia, ma quelli non suscitano l’indignazione del web.
Tanto per unirci al giustificato e planetario coro di sdegno, però, desideriamo ricordare il nome del protagonista: un cretino come tanti cacciatori di trofei; un americano, ricco, di mestiere dentista, con la mania di farsi fotografare vicino a cadaveri e di riempirsi la casa di corna, di mummie e di teste impagliate. Si chiama Walter Palmer ed abita nel Missesota. Informazioni, queste ultime, destinate ai turisti giramondo, per metterli in guardia. Attenzione! Perché se capitate da quelle parti e vi salta un’otturazione, è meglio che vi presentiate in ambulatorio dopo esservi rapati a zero. Non si sa mai.
Tutto questo, tuttavia è persino risibile se confrontato con l’altro argomento di cui vorrei parlare e dunque del fosso.

Si, un fosso, proprio un fosso d’irrigazione, un banalissimo fosso perduto nella rete idrica della campagna del Basso Piave. Uno tra mille, anzi un chilometro di fosso tra le migliaia di chilometri che formano il reticolo dell’idrografia di bonifica di queste contrade.
E tuttavia un fosso speciale, per molte ragioni. Tale comunque da assumere un valore emblematico nel contesto del drammatico rapporto uomo-ambiente che distingue la nostra “civiltà” e dunque la nostra cultura e la nostra economia.
Ma di che si tratta? Vi chiederete giustamente. Bene, veniamo al dunque.

Intanto stiamo parlando del Fosso Gorgazzo, alimentato con le acque del canale Fossetta e collocato nella campagna a nordest di Millepertiche, tra questa stessa località e Musile di Piave. Un fosso speciale, semplicemente perché fino all’inizio degli anni Novanta era una sorta di giardino acquatico. Un singolare giardino lineare, con acque limpide in cui vegetavano folti banchi di ceratofillo e in cui si potevano osservare distese di ninfea bianca e di morso di rana. Un gioiello, insomma, in cui l’orto botanico spontaneo era impreziosito da migliaia di rane, da tinche e scardole, da alborelle, da lucci e da tartarughe palustri.
Questo, come dicevo, fino ai primi anni Novanta.

Poi il Consorzio di Bonifica ha cominciato la “manutenzione” mediante diserbo chimico. Simazina si chiamava il principio attivo e le prime a sparire sono state le ninfee bianche. Dopo di loro sono scomparse le tinche, a favore di legioni di carassi dorati (i “rumatera” dei Veneti, di origine cinese). 

Quindi è stata la volta delle rane, la cui popolazione è stata letteralmente decimata. Nel frattempo sono giunte le tartarughe palustri americane dalle guance rosse, che gli amanti degli animali hanno “restituito alla libertà”.

Ma quando sono passato, ieri, per il sopralluogo che riservo annualmente a questo fosso per una ragione d’affetto, non ho potuto trattenere il mio sdegno. Il fosso è infatti deserto: non c’è più un frammento di pianta acquatica, sul fondale melmoso si osservano le scie dell’anodonta di Wood (grosso bivalve esotico, unica forma di vita); le ultime rane sono scomparse e sulle sponde crescono soltanto erbacce.

Ora, la domanda è sempre la stessa: ma dove stiamo andando? Altroché leone, ma guardiamoci intorno, per favore! 
(Michele Zanetti, presidente Ass. Naturalisti Sandonatesi)

1 commento:

  1. Michele mi ha fatto pensare ai nostri fossi, quelli che abbiamo cercato (cerca la Cerca) e trovato in condizioni disperate: mi sono reso conto che forse siamo ormai in ritardo, la manutenzione non credo sia sufficiente; si tratta di tentare di farli ri-vivere, per quanto possibile. E' chiaro che la soluzione vera sarebbe il ripascimento delle falde sotterranee assicurando alla Piave qualcosa di più di quella portata vitale (che ora non è nemmeno assicurata) ma ciò comporta una revisione delle colture agricole: un tema che per i cosìdetti esperti in agricoltura è tabù.
    Quindi altri interventi: controllo degli scarichi, eliminazione dei tappi, cura delle rive, eliminazione di alberature, pulizia manuale dei fondi ma anche pulizia meccanica dei fontanassi o rifacimento di alcune barriere. Si tratta in parte di cure che il Comune fa fare (quando ne ha il coraggio e la voglia) ai proprietari delle siepi lungo le strade. Sarebbe necessario un progetto generale che contenesse sia le istruzioni del come si fanno questi interventi sia un finanziamento per quanto non può essere fatto dai cittadini (privati o gruppi di volontari). Ed uno slogan: Puliamo un fosso, una risorgiva, un fiume all'anno

    RispondiElimina

I commenti di contenuto ritenuto "inadatto" saranno eliminati..